Oggi vorrei cogliere l’occasione data da questo bellissimo articolo del Sole 24 Ore per sottolineare che lo “smartworking” improvvisato che in tanti abbiamo testato in questo periodo NON è il reale smartworking.

Molti amici, parlando del tema, si sono lamentati (giustamente) che lavorare da casa significa lavorare di più, non avere tutto sotto mano, non poter consultare documenti, avere i figli che possono distrarre e soprattutto non riuscire a smettere di lavorare.

Quindi giustamente tante persone sono volute tornare in ufficio per tanti motivi oltre quelli citati, senza nemmeno rifletterci due volte. Personalmente ritengo che sia stato molto fuorviante come esperienza perché non è questo il reale SW. Torno di nuovo su questo argomento perché penso che tante aziende stiano perdendo un importantissimo treno, ieri proprio parlavo con un mio caro amico lavoratore in una grande banca, parlando di lavoro da casa mi ha raccontato che il suo Capo/Manager era totalmente contrario (!!!) ma che dopo questa esperienza, imposta dalla situazione, si è dimostrato piacevolmente sorpreso da come hanno reagito i dipendenti, e quindi cambiando idea ha deciso di incentivarlo e di svilupparlo. Un ottimo esempio ma abbiamo bisogno di un’emergenza sanitaria per capirlo?

Possibile che grandi Manager dalla decennale esperienza, da studi magari importanti, da anni di lavoro… grandi menti sempre in evoluzione che sostengono spesso tutto il personale, non riescano a comprendere l’importanza di questa modalità di lavoro che sarà il futuro? Questa discrepanza mi sorprende sempre e non la capirò mai.

Cito dall’articolo:

Lo smart working richiede invece un profondo ripensamento dell’organizzazione dei tempi, spazi e modi di lavoro e delle basi su cui si fonda la relazione tra lavoratore e impresa. Innanzitutto è una rivoluzione culturale che come tale richiede una regia, delle risorse e delle competenze specifiche. I capi devono imparare a delegare per obiettivi, valutare i risultati e non controllare i comportamenti, organizzare il lavoro dei propri collaboratori in modo che sia chiaro cosa è possibile svolgere a distanza e cosa invece richiede presenza.

Serve soprattutto, secondo me, un profondo cambiamento di mentalità, ad ogni livello, in questo paese lo SW non ha mai preso il volo, soprattutto per la serpeggiante sfiducia che aleggia nei luoghi di lavoro, ci si fida poco o niente, si tende all’ipercontrollo e di rado si viene formati veramente. Mi sembra un po’ di essere rimasti all’era del “garzone di bottega” che doveva rubare con gli occhi e le orecchie.

Lo SW ha tantissime potenzialità e lati positivi sia per l’azienda che per il dipendente, sono talmente tante le cose buone che porta che è impossibile non ammetterlo, ma va studiato per bene, organizzato, compreso e adattato alle esigenze di ognuno di noi, altrimenti diventa solo una scocciatura e un “non riesco mai a staccare” infinito.

Marianna Rovere